Quella maledetta cena

O’ Connell Pub, Galway, Irlanda

Si trovava ad un bivio. Doveva scegliere se dirle la verità o continuare a mentire. Peccato che proprio quella sera avrebbe conosciuto i suoi genitori: una famiglia ricca, pomposa, con quella puzza sotto al naso che lui aveva sempre detestato. Si domandó come ci era arrivato a quel punto. Le insegne davanti a lui continuavano a fissarlo: lo invitavano a entrare per prendere in prestito un abito con cui avrebbe dovuto fare bella figura. Lei voleva per lui un abito su misura e lui misurava il suo portafogli, che purtroppo non arrivava neanche alla XS.

Quella che era partita come una divertente scommessa tra amici si era trasformata nella piú grande fregatura, l’amore. E adesso non riusciva ad uscirne, preso da quel visino di fata dannatamente ricco che lo aveva portato ad accumulare una montagna di debiti per fingere una vita non sua. Ancora fermo, indeciso sul da farsi, diede un’occhiata intorno. L’insegna del negozio di giocattoli gli ricordó tutti i soldi spesi in gratta e vinci. Ma perché non era mai come nei film? Dove il protagonista povero si ritrova milionario con un colpo di fortuna? E cosí, a tentarla la fortuna, si era ritrovato con la banca che non voleva fargli piú credito e una donna che lo credeva un rampollo ereditiere di una ricchezza infinita acquisita da parenti irlandesi morti.

Sei mesi di bugie, finzioni e sotterfugi decisamente troppo costosi e da cui non riusciva piú a uscire. Aveva provato piú volte a dirglielo, ma la paura di un rifiuto e di un ritorno alla sua miserabile vita, lo avevano portato a cene costose che non poteva permettersi, pietre preziose finte di cui lui sperava lei non si sarebbe mai accorta e un’incapacitá di uscire da un amore sempre piú bisognoso. E adesso era lí, immobile, davanti a delle insegne che gli parlavano.

Ma perché poi ci stava mettendo tutto quel tempo per quella sciocca decisione? Era solo un vestito, d’altronde, che peró rappresentava il passo importante del conoscere la famiglia; e conoscere la famiglia voleva dire venire smascherato. Non avrebbe neanche saputo distinguere una forchetta da pesce da una da dessert, e i gomiti, secondo il bon-ton di casa sua, andavano d’obbligo sul tavolo: avrebbero scoperto tutto. Ma perché non le aveva detto niente? Perché aveva continuato a fingere? Perché? Perché? Perché? Tutto inutile, visto che adesso si trovava intrappolato in una situazione scomoda che non offriva vie d’uscita.

Ciliegina sulla torta, il giorno prima gli avevano rubato il cellulare mentre tornava nel suo appartamento di periferia. Risultato? Le aveva mentito. Di nuovo. Questa volta dicendole che era ad un evento di beneficenza in quella zona e che aveva deciso, in un gesto nobile, di regalare il suo telefono ad un povero ragazzino.

Le sue bugie si accumulavano, diventando sempre piú assurde, e lui, colpevolmente, ci trovava anche gusto. Guardó l’insegna del bar accanto a quella del negozio di vestiti, pensando ai gin in cui avrebbe voluto affondare e, resistendo all’impulso di farlo sul serio, prese una decisione drastica: l’avrebbe chiamata da quella cabina telefonica del cortile per dirle tutta la veritá, sperando di non finire a chiederle solamente che cosa avrebbe dovuto portare a casa dei suoi. Si avvicinó alla cabina vecchio stile, e speró che funzionasse ancora. Sembra non sia stata usata per anni. Pensó.

Aprí la porta senza difficoltá, entró nello stretto abitacolo e prese la cornetta, stranamente non impolverata, a differenza di tutto il resto. Trovó delle monete in tasca, le inserí e cominció a comporre il numero. Non successe niente, nessun segnale o bip di accensione. Posó la cornetta e fece per uscire, maledicendosi per quegli spicci sprecati. Non me ne va bene una, neanche il telefono pubblico funziona!, pensó con aria corrucciata. Afferró la maniglia per aprire la porta, e sorpresa: era bloccata Tutta questa sfiga avrá mai fine? Roteando gli occhi e carico di frustrazione, realizzó che non aveva neanche il telefono per chiedere aiuto.

Ma ne aveva bisogno, e l’unico modo che gli veniva in mente era di urlare: aprí la bocca per farlo, ma proprio in quel momento la cabina inizió a muoversi con strani rumori sinistri. Si guardó intorno preoccupato: quella situazione non gli piaceva neanche un po’. La cabina inizió a scendere lenta e inesorabile in un inquietante buio, la metafora della sua vita. Gocce di sudore gli imperlarono la fronte: aveva paura e la sua pelle d’oca gli diceva di scappare, al momento opzione impossibile.

Dopo secondi che sembrarono ore, la cabina finalmente si fermó, la serratura emise un sonoro cloc e lui riuscí ad aprire la porta. Poteva uscire. Ma uscire esattamente dove? Con preoccupazione crescente, provó varie combinazioni di numeri per tornare su, ma la cabina restó impassibilmente ferma. Non avendo molte alternative, si decise ad uscire, mise un piede fuori dalla porta e tutte le luci si accesero all’unisono. Da quello che vide, doveva essere un laboratorio: banchi metallici, strumenti a lui sconosciuti, gabbie. Senza farsi troppe domande su quel posto, inizió a esplorarlo per cercare una via d’uscita. I banchi metallici sembravano postazioni operatorie, gli strumenti sconosciuti sembravano chirurgici, provette e gabbie vuote, letti d’ospedale ma nessuna traccia di una via d’uscita. Continuando ad esplorare, trovó una porta semi-nascosta da un macchinario con mille fili penzolanti. Finalmente! sospiró di sollievo. La aprí con tutta la speranza che il suo cuore potesse provare e si trovó davanti ad un incubo.

Luci bianche, metri e metri di provette colorate piene di liquidi di dubbia provenienza, barattoli in cui si intravedevano quelli che gli sembrarono organi umani, una vasca con una testa di bambino in un liquido biancastro. Ma dove cazzo sono finito? Senza esplorare oltre l’incubo a cui si trovava davanti, terrorizzato e con il cuore a mille, corse nella direzione da dove era venuto. Doveva scappare. Sudore freddo. Paura. Aprí la porta della cabina e ci entró. Mani che tremavano. Ancora paura. Miracolosamente, senza che lui toccasse o facesse niente, si mosse verso l’alto.

Era salvo! E confuso. Era pronto a scappare e a non voltarsi piú indietro. Non sapeva cosa aveva visto e non voleva saperlo. Era solo impaziente di aprire la dannata porta di quella dannata cabina.

Quando finalmente la cabina terminó la sua risalita e si fermó, il sonoro cloc della serratura gli diede un sentore di libertá. Giró la maniglia e spalancó la porta. Tutto successe nell’arco di pochi istanti: l’ultima cosa che vide fu un proiettile che puntava il centro dei suoi occhi, mentre un ultimo pensiero fece capolino: Non avró piú bisogno di una scusa per saltare la cena di stasera.

*La storia che avete appena letto é stata scritta da me, ispirata dalla foto di viaggio scattata in Irlanda a marzo del 2020. Se vi é piaciuta e vorreste che continuasse, fatemelo sapere nei commenti!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Per restare sempre aggiornati sui miei viaggi: